sabato 21 luglio 2018

Ucraina, venti di guerra sul Donbass con la Russia ‘Paese aggressore’

Il Parlamento ucraino decide che le aree del Donbass non sotto il controllo di Kiev, sono “territori occupati”, e la Federazione Russa viene definita “Paese-aggressore”.
– La fine di fatto degli accordi di Minsk.
– Il potenziamento militare di Kiev da parte Usa.
– Rischio campagna militare di primavera.

Altri ‘Territori occupati’

La Verkhovna Rada, il parlamento dell’Ucraina, decide almeno sul nome con cui chiamare la Crimea divenuta russa e i territori del Donbass sotto controllo delle popolazioni russofone e separatiste. Ed ecco che le aree contese diventano ‘territori occupati’, come mezza Cisgiordania o Gaza da parte di Israele, e l’occupante è indicato nella Federazione Russa, diventa il ‘Paese aggressore’.
Solo dettagli politico-semantici di propaganda interna? Non proprio. Ad esempio, scrive Eliseo Bertolasi su Analisi difesa, il documento dà al presidente Poroshenko il diritto di utilizzare le forze armate nella regione, in tempo di pace. Detta ancora più brutalmente, legittima l’uso dell’esercito senza alcuna dichiarazione di guerra.
Fino ad ora Kiev aveva definito le azioni militari nel Donbass come Operazione Anti-Terrorismo, mentre ora diventano difesa nazionale. Nel disegno di legge è stato inoltre escluso qualsiasi cenno agli accordi di Minsk, del resto costantemente violati.

Solo forzatura politica?

Con questa legge, l’Ucraina si ritira anche formalmente dagli accordi di Minsk. Per Poroshenko, un segnale importante sulle intenzioni di Kiev, che non ha mai riconosciuto alcuna soggettività alle due Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk. Nominalmente, nell’atto parlamentare ucraino si parla anche della Crimea, tornata ad essere nuovamente russa dopo il referendum del marzo 2014, ma è citazione e richiesta politica simbolo.
La lettura degli stessi fatti da parte dei leader delle Repubbliche del Donbass. Zakharchenko, capo della Repubblica Popolare di Donetsk: «Poroshenko ha dichiarato che tale legge ci avrebbe dato la possibilità di tornare più rapidamente in Ucraina. Nel suo significato questa legge consentirà di sciogliere le mani ai militari ucraini e d’introdurre la legge marziale».
A Mosca il capo del Comitato per gli affari internazionali del Consiglio della Federazione, Konstantin Kosachev, è convinto che dietro la rapida adozione della legge sulla “reintegrazione del Donbass” ci sia Washington: «È una situazione estremamente pericolosa».

Washington contro Bruxelles

Sembra ormai evidente una divaricazione palese di posizioni tra Unione europea e Stati Uniti. L’Ue garante degli accordi di Minsk, mentre Washington sostenuto la svolta legislativa. Su Analisi difesa viene ricordato che l’11 dicembre 2017 Trump ha firmato lo stanziamento di 350 milioni di dollari sotto forma di assistenza militare all’Ucraina.
La legge autorizza la fornitura a Kiev di armi letali di ‘natura difensiva’, inclusi i missili anticarro Javelin, missili con un raggio d’azione di 2-3 km, dotati di altissimo potere di penetrazione (una difesa molto aggressiva). Anche se dall’inizio della guerra, sia Stati Uniti sia la Nato non hanno mai lesinato il loro supporto a Kiev, il provvedimento Usa cambia gli scenari strategici.
Dall’inizio della guerra, al Combat Training Center di Yavoriv, nell’Ucraina occidentale, opera la Joint Multinational Training Group-Ukraine, missione di addestramento Usa rendere l’esercito di Kiev in grado di operare e d’interagire con il sistema militare della Nato, soprattutto con Polonia e Repubbliche Baltiche.

Due anni di pausa per la resa dei conti

Dagli accordi di Minsk, negli ultimi due anni la guerra in Ucraina orientale, è diventata guerra di posizione, a ‘bassa intensità’, ‘congelata sulla linea di contatto’ dicono i militari. Per entrambi gli schieramenti di riorganizzarsi e strutturarsi. Con l’esercito ucraino, oggi, meglio armato e con un numero di unità molto superiore a quelle delle due Repubbliche secessioniste. Tentazioni di prova di forza diffuse anche a livello politico. Da valutare se l’applicazione della legge sulla “reintegrazione del Donbass” sarà solo l’ennesima sfida alla Russia, o se, invece, anticiperà la preparazione di una nuova offensiva militare.
Per la reintegrazione della Crimea, solo dichiarazioni politiche da parte ucraina. Anche perché Putin è stato categorico: «La questione Crimea è definitivamente chiusa». Pochi mesi fa, ricorda Eliseo Bertolasi sempre si Analisi Difesa, il viceministro ucraino per i Territori Occupati e per i Profughi Interni Georgy Tuka, in una sua dichiarazione, ha ammesso che nessuna legge potrà mai consentire il ritorno della Crimea e del Donbass sotto il controllo delle autorità ucraine. Per quanto riguarda la Crimea, è convinto che potrà ritornare a essere nuovamente parte dell’Ucraina solo dopo “la distruzione della Russia come Stato”.

‘Reintegrazione’ non gradita

‘Reintegrazione del Donbass’, anche se quella popolazione non vuole? Kiev raffigura i territori delle due Repubbliche come se fossero sotto occupazione russa, e il desiderio della popolazione locale di ricongiungersi al più presto con l’Ucraina per liberarsi dal giogo dell’invasore. Gli esperti sul posto raccontano ben altro. La popolazione delle regioni orientali è russofona e prevalentemente di origine russa, ed è diventata ‘ucraina’, dopo il crollo dell’URSS, quando i documenti dei cittadini da sovietici sono diventati ucraini.
Che la popolazione del Donbass si senta orientata verso la Russia in contrapposizione alle istanze antirusse degli ucraini occidentali è un dato di fatto, per tutta una serie di cause storiche, molto prima del cambio di potere conseguente alla rivolta di Maidan. Oltre alle migliaia di morti tra i civili, compresi centinaia di bambini, nella guerra di fatto ancora in corso.
Una nuova opzione militare, per reintegrare i territori secessionisti certamente determinerebbe perdite impressionanti di civili. ‘Reintegrare’ milioni d’abitanti contro la loro volontà, e qualsia operazione militare con queste premesse, non si chiamerebbe certo liberazione.

Il poco onorevole Rybchinskij

Azzardi militari ad alto rischio, progetti politici fragili segnati da mai sopite feroci contrapposizioni. Indicativa di molte altre, la ‘espressione politica’ del deputato della Verkhovna Rada, Evgenij Rybchynskyi nei confronti della popolaszione del Donbass che la nuova legge vorrebbe ‘liberare’ e riportare alla ‘madrepatria’. «Non mi interessa la vita degli scarafaggi. Anche se nascono milioni nella mia cucina, non vuol dire che la cucina apparterrà loro».
La sua ricetta dell’onorevole sostenitore del presidente Poroshenko: «Nessuna votazione per almeno dieci anni, nessun canale tv, né giornale russo, nessun regime dei visti con la Russia, ma un lavoro attivo di propaganda nella regione. Ecco come dovrebbe apparire la vera integrazione».
Proposito politici almeno chiari. Resta l’incognita Russia, trascinata in campo con l’accusa di essere ‘Paese-aggressore’. «E se gli Stati Uniti si sentono legittimati a mandare armamenti e truppe per aiutare gli ucraini -conclude l’analista- a ragion maggiore i russi confinanti avranno altrettante, se non addirittura più ragioni, per aiutare i russofoni del Donbass».

Appuntamento a marzo?
E visto che peccando a pensar male comunque spesso aiuta, un’offensiva su vasta scala contro le due Repubbliche -sempre Analisi difesa ed Eliseo Bertolasi- potrebbe scattare a marzo, quando il governo russo sarà assorbito dalle elezioni presidenziali.

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