sabato 21 luglio 2018

Per sauditi e israeliani costa di più essere amici che nemici

Sul Wall Street Journal alcune significative letture delle alleanza strategiche mediorientali alla luce delle intemperranze politiche della nuova presidenza Usa.
– Arabia Saudita e Israele condividono un comune nemico, Iran, e un amico comune, l’amministrazione Trump, ma questo non basta.
– La trovata di Gerusalemme capitale, l’inciampo peggiore.

Premessa facile facile:
Arabia Saudita e Israele condividono un comune nemico, l’Iran, e un amico comune, l’amministrazione Trump.

«Saudi Arabia and Israel share a common enemy, Iran, and a common friend, the Trump administration in Washington».
Lo scrive Yaroslav Trofimov, da Riyad sul prestigioso Wall Street Journal. Arabia Saudita Israele con molti interessi in comune, ma, nonostante crescenti prove di cooperazione informale, nessun aperto riavvicinamento – un obiettivo della Casa Bianca di Trump – perché entrambi hanno poco da guadagnare, e troppo da perdere da una tale svolta.

Israele. Per l’attuale governo israeliano, i benefici di rapporti ufficiali con l’Arabia Saudita non valgono le concessioni ai palestinesi che Riyadh si aspetta da Israele in cambio.
Arabia Saudita. Per Riyadh, il prezzo di una rinuncia alla causa palestinese troppo alto rispetto a quello che l’assistenza alla sicurezza di parte israeliana potrebbe fornire.

Poi ci si mette Trump

Problemi incrociati e contrapposti, diventati insuperabili dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump. Proteste emotive in tutto il mondo musulmano, nuovo
sostegno ai palestinesi e un raro rimprovero da parte di Riyadh.
Le ambizioni dell’Arabia Saudita di guidare l’intero mondo musulmano, o almeno un’alleanza sunnita contro l’Iran, sono legati al suo controllo dei due luoghi più sacri dell’Islam, a La Mecca e Medina. Come portabandiera della fede, il regno saudita non può permettersi di essere visto ammiccare in Israele in un momento in cui si riaccendono le passioni sul futuro di Gerusalemme e del terzo santuario più sacro dell’Islam, la moschea di Al Aqsa.

Contro l’offesa di Trump ha gridato l’Iran. Il presidente della Turchia Erdogan, che cerca di sfidare la preminenza dell’Arabia Saudita nel mondo musulmano, è stato altrettanto duro. In questo ambiente -considera il Wall Street Journal- qualsiasi apertura saudita a Israele è pronta per essere sfruttata dai rivali, sino ad arrivare al boicottaggio del hajj, il pellegrinaggio a La Mecca. , un alto funzionario saudita ammonito.
Furberia mediorientale citata da WSJ: “E se hai bisogno di Israele in qualsiasi cosa, puoi farlo comunque, senza avere avere una relazione formale”.
Vecchia storia. In effetti, Israele e l’Arabia Saudita hanno già collaborato discretamente molte volte condividendo intelligence e coordinando azioni di lobbying e attività militari per ridurre l’influenza dell’Iran nel Mar Rosso.

Il lungo reportage-analisi di Yaroslav Trofimov alla fine, deve fare i conti, in lettura saudita, con la politica dell’attuale governo dell’ultra destra religiosa israeliana. La posizione ufficiale saudita rimane quella che Israele deve accettare l’niziativa di pace della Lega Araba, proposta nel 2002 dall’allora Re saudita. La normalizzazione delle relazioni tra stati arabi e Israele in cambio del ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967, costituzione di uno stato palestinese con
Gerusalemme est come capitale, e una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi.
Fantascienza rispetto alla coppia NetanyahuTrump.
Joshua Teitelbaum, professore di studi strategici dell’Università israeliana di Bar-Ilan: «Israele non farà concessioni sul terreno, né eventuali concessioni che abbiano a che fare con la sicurezza, per il bene delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita».

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