sabato 15 dicembre 2018

Rottura Turchia-Usa sui curdi, Siria dirompente in casa Nato

Trump scherza col fuoco varando un progetto militare per dare sostegno alle aree curdo-siriane
– Previsto lo schieramento di un’armata di 30 mila uomini formata anche da americani.
– Erdogan reagisce

L’ultima trovata Usa: fare inferocire i turchi

Beh, Donald Trump è riuscito a sfasciare i rapporti anche con un alleato-chiave come la Turchia. La Casa Bianca, di questi tempi, sembra il palcoscenico di Mandrake: dal cilindro il Presidente tira fuori di tutto. Un giorno si e l’altro pure. La sua diplomazia, da perfetto ex palazzinaro, è fatta col bulldozer, e le palate di cemento a presa rapida che lancia sullo scenario internazionale bloccano sul nascere dialoghi e opzioni di reciproco interesse. Trump e suoi collaboratori si sono inventati una mossa che riaprire il vaso di Pandora curdo e che rischia di demolire il bastione turco, messo a guardia dalla geografia (e dalla Nato) del collo di bottiglia che separa il Mar Nero dal Mediterraneo.

Non solo, ma pare proprio che Donald senta nostalgia del Vietnam, visto il pantano dove si sta risicatamente avventurando. E Putin sentitamente ringrazia, dato che la sua iniziativa di pace (a Sochi) fa concorrenza ai colloqui di Ginevra, ancora al palo. Gli americani, in sostanza, hanno annunciato un piano per dislocare un massiccio contingente dell’US Army (si parla di ben 30 mila uomini) a guardia delle “enclaves” siriane controllate dalle milizie “peshmerga”, spina dorsale delle Syrian Democratic Forces (SDF), le unità ribelli che combattono il governo di Damasco. Secondo il britannico “Guardian,” al Pentagono hanno pensato di sigillare le frontiere con Turchia e Irak e di proteggere le aree curdo-siriane che lambiscono l’Eufrate.

La notizia ha fatto imbufalire le autorità di Ankara, a cominciare dal Presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha accusato pesantemente Washington, definendo l’armata-cuscinetto come “esercito del terrore”. Certo, i piani geostrategici per la Siria vanno preparati. Per tempo. Ma da qui ad annunciarli in pompa magna, quasi provocatoriamente, in stile hollywoodiano, ce ne corre. Trump si muove in politica estera come un elefante in un negozio di cristallerie, e non c’è nessun poveretto di “adviser” che riesca a spiegargli che spesso è fondamentale non agitarsi troppo. E non aprire la bocca. Specie quando sai in anticipo che le tue trovate si scontrano con la ruvida sensibilità di un alleato, disperatamente necessario, come la “Sublime Porta”. Che oggi forse è un poco meno “sublime”, ma sempre “porta” è.

Per spiegarci meglio, i curdi del YPG, che combattono in Siria, sono equiparati da Erdogan al PKK, il Kurdistan Workers Party, che dentro i confini turchi è considerato il nemico pubblico numero uno. E, infatti, l’irascibile Presidente manda ai naviganti un avviso di sguincio: dice che “strangolerà” il bambino (l’armata curdo-americana) nella culla, prima che possa prendere di mira il suo Paese. E subito dopo rimarca il fatto che cotanto regalo gli è stato fatto da una nazione (gli Usa) “che si dice amica”. Facendo intuire anche a un testone come Trump (sai che arguzia ci voleva!) che le ripercussioni saranno a cascata, su diversi scenari. Cioè, tradotto dal politichese, balleranno altri tavoli con tutti i bicchierini.

Il piano della Casa Bianca trova anche la Russia di traverso. Putin accusa gli Stati Uniti di volere “una polverizzazione della Siria” con tutto quello che ne potrebbe conseguire: un vuoto di potere che potrebbe essere riempito da decine di agguerritissime milizie. Un po’ quello che succede in Libia, dopo la cacciata e l’eliminazione di Gheddafi, programmata da Napoleone-Sarkozy. E non certo per la difesa dei diritti umani. Dal canto suo, il Presidente Assad, da Damasco, non si è fatta sfuggire l’occasione di ribadire che il suo obiettivo è quello di ripulire il Paese, eliminando tutte le forze dei ribelli. In pratica, la nuova trovata di Trump ha smosso un vespaio, portando i turchi sull’orlo di una crisi di nervi.

Mala notizia per tutta l’Europa in generale e per l’Italia in particolare, messa in trincea dalla natura matrigna a guardia del fronte sud e di quello, altrettanto ribollente, dell’est Mediterraneo. Ankara finora ha sostenuto la guerra contro il Califfato, non perdendo mai di vista, però, i movimenti dei curdi. E tanto per far comprendere gli attuali chiari di luna, i generali di Erdogan hanno fatto circolare la notizia che presto, molto presto, attaccheranno la città (curda, è ovvio) di Afrin, a ridosso dei loro confini. Anzi, a sentire i testimoni già ha preso a rombare il cannone. Bashar al-Assad, da parte sua, ha chiarito che ogni siriano facente parte dell’armata curdo-americana sarà considerato un traditore della madrepatria. E quindi potrebbe essere immediatamente passato per le armi.

Al Ministro degli Esteri russo (Sergei Lavrov) invece non è parso vero poter definire il progetto americano come “provocatorio e unilaterale”. Facendo apparire Trump una specie di piromane della diplomazia e Putin il salvatore della stabilità internazionale. E chi può dargli torto?

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