giovedì 18 ottobre 2018

Dallo Scià agli Ayatollah, affari e tradimenti Usa in Iran

L’antica Persia probabilmente non fa parte delle cose note a Donald Trump. L’Iran, più o meno sì, almeno a partire dalle mondanità del regno petrolifero dello Scià Reza Pahlavi, anche lui schiacciato dai miliardi e dilaniato da molti dubbi matrimoniali. Da Fawzia d’Egitto a Soraya, e infine Farah Diba, per i rotocalchi d’allora. Un po’ più seriamente, parliamo degli intervento coloniali della Gran Bretagna allora superpotenza, e degli Stati Uniti ereditieri.
La storia non raccontata da Trump: il tradimento di Mossadeq, il sostegno ad un regno screditato da parte della Cia e del Sis britannico, la rivolta komeinista e la presa degli ostaggi dell’ambasciata americana. Molte delle rigidità di cui l’Iran viene accusato oggi, figlie di azioni americane di ieri, ci racconta Giovanni Punzo.

Durante la Seconda Guerra mondiale, prima ancora che la Germania invadesse l’Unione Sovietica nel giugno 1941, l’attenzione inglese era già rivolta all’Iran per impedirne a tutti i costi l’occupazione da parte dalle forze dell’Asse. Altro aspetto considerato da tempo con una certa apprensione a Londra era che il paese ospitava già numerosi tecnici tedeschi invitati dallo scià per modernizzare il paese e se ne temeva comunque una possibile influenza nonostante il governo iraniano avesse proclamato la propria neutralità. Il vero segnale preoccupante fu però un tentato colpo di stato filo-nazista nel confinante Irak nel maggio 1941. La decisione fu di prevenire qualsiasi azione nemica contro le importanti raffinerie di Abadan gestite dalla Anglo-Iranian Company e quando l’Unione Sovietica fu attaccata dalla Germania scattò il piano per un’invasione congiunta del paese. Sovietici e inglesi, ai quali si aggiunsero in un secondo tempo anche gli americani, lo occuparono fino alla fine della guerra.

1941, truppe dell’impero inglese in Iran

Prima conseguenza fu che lo scià, in contrasto con governo e parlamento sulla questione dell’occupazione, abdicò e suo successore divenne il figlio ventiduenne Mohammad Reza Pahlavi, che sarebbe rimasto sul trono fino alla rivoluzione di Kohmeini del 1979. Altra conseguenza fu che gli Alleati, dopo la conferenza di Tehran del 1943, appoggiarono un regime costituzionale che consentì l’istituzione di un’assemblea parlamentare e il rientro dall’esilio di Mohammad Mossadeq, il futuro primo ministro che nel 1951 nazionalizzerà i petrolio. L’occupazione alleata creò soprattutto un generale clima di risentimento nei confronti degli ‘occidentali’ sia perché avevano occupato il paese, sia perché erano considerati dal potente clero sciita un fattore di pericolosa modernizzazione. Al contrario, sebbene la sua azione fosse stata fortemente limitata durante il periodo, lo scià cominciò a sostenere proprio quel sentimento filo occidentale che lo avrebbe trasformato in uno dei più fedeli e affidabili alleati degli Stati Uniti.

1951, Mossadeq acclamato in piazza a Teheran

Un altro passaggio delle complicate relazioni tra occidentali e Iran si verificò all’inizio degli anni Cinquanta, con la nomina a primo ministro di Mohammad Mossadeq. Sostenuto da una maggioranza composita che andava dai nazionalisti ai laburisti (e con l’appoggio esterno di ampi settori del clero sciita), il primo ministro si oppose al rinnovo delle concessioni di sfruttamento petrolifero concesse nel 1933 (sotto il regno del padre dello scià) alla Anglo-Iranian Oil Company. La creazione della Iranian Oil Company provocò come è noto la dura reazione inglese che congelò i capitali iraniani presso le banche inglesi, rafforzò il sistema militare nel golfo Persico attuando il blocco navale per impedire le esportazioni di greggio dall’Iran e proclamò l’embargo commerciale. Dopo il successo diplomatico alle Nazioni Unite che diedero ragione all’Iran e l’appoggio popolare indiscusso, Mossadeq iniziò anche trattative con il presidente americano Truman alle quali fu data una notevole risonanza.

1979, assalto all’ambasciata Statunitense a Teheran

Mossadeq non intendeva però limitare la sua azione di governo alla sola questione petrolifera e tentò altre riforme che resero precaria la sua permanenza al potere: in pratica alcuni sostenitori di fronte alla modernizzazione tolsero il loro appoggio. Nel 1953 la situazione era così tesa che, sotto la minaccia della proclamazione della repubblica, lo scià abbandonò il paese per rifugiarsi in Europa. Pochi mesi dopo un colpo di stato – sostenuto da inglesi e americani – rovesciò Mossadeq e riportò lo scià sul trono. A parte la repressione che seguì, l’impressione dell’opinione pubblica iraniana (che aveva salutato con favore i rapporti precedenti Truman-Mossadeq) fu quella dell’ennesimo tradimento occidentale. Questo giudizio iraniano nei confronti dell’Occidente, formatosi dopo l’occupazione e dopo il rovesciamento di Mossadeq, pesa ancora e non è casuale che se ne sia tornato a parlare anche in occasione della vicenda degli ostaggi dell’ambasciata americana a Tehran tra la fine del 1979 e il gennaio 1981. Le trattative furono lunghissime, rese ancora più complesse da un fallito tentativo di liberazione e da continue impennate di tensione provocate dall’opinione pubblica nei due paesi. La rottura di un accordo potrebbe ora inasprire nuovamente le relazioni tra i due paesi e riaprire pesanti accuse di nuovi tradimenti.

Potrebbe piacerti anche