domenica 24 giugno 2018

Il cecchino innamorato nella Sarajevo assediata

Sarajevo 1994, credo di ricordare, terzo anno di guerra. Strana storia quella raccontata, e strana la storia di come nasce quel racconto. Francesca de Carolis, da autentico gatto randagio gira e guarda di qua e di là, e poi le cose che sceglie divengono sue. Ad esempio il racconto di un collega che la Sarajevo assediata frequentava negli allucinanti anni della guerra.
La strana storia di un cecchino raccontata ad una collega fuori dagli eroismi di guerra. Storia lieve di un mancato reportage per il Tg1, per l’impossibilità di dare immagini a quella favola nell’orrore. Il racconto, riesumato da Francesca de Carolis tra le mille belle cose del suo scrivere, ne nasconde un altro, quello dell’inviato speciale amico del cecchino innamorato di Sarajevo.
Quel reporter che forse un giorno di quella strana storia ne avrebbe scritto (o forse segretamente qualcosa scrisse), ma che forse, letta la rivisitazione del cecchino innamorato fatta di Francesca, non volle entrare in gara col bel racconto che state per leggere. Perché anche nei racconti, c’è differenza tra la poesia e la prosa. Oggi poesia, e non sia mai che un giorno arrivi la prosa.

Faceva dannatamente freddo nella stanza quella mattina. Eppure non era ancora autunno. O forse era già quasi inverno e Jovan aveva perso il conto del tempo. Nulla di grave, ne aveva perse molte di cose negli ultimi mesi. A cominciare dall’ombrello a larghi fiori comprato nella primavera dei suoi trentadue anni nel mercato di non ricordava più quale paese.
Nei diciotto o venti o trenta mesi trascorsi da allora doveva aver lasciato da qualche parte anche il suo accendino a benzina (impagabile ricordo dello zio paterno), la raccolta di poesie di Janic (autore assolutamente sconosciuto, ma per lui sublime, come sublimi erano rimasti nella memoria gli anni passati dietro lo stesso banco di scuola), il 33 giri dell’Orpheus di Stravinskj, rara incisione di metà secolo.

E aveva perso anche lo steccato di un giardino, la finestra sul fiume della sua casa, il viso piantato di rughe della madre, forse anche il padre e tante altre cose di cui non ricordava il nome. Come se quei mesi avessero distrutto, insieme a strade, ponti e case, anche brani della sua vita.
Un gelido crampo alla mano sinistra gli ricordò che aveva lasciato da qualche parte, portato via dalla scheggia di una granata sputata dal cielo, anche il dito mignolo. Nulla di grave, comunque, se gli erano rimaste spalle e braccia abbastanza forti per tenere ben salda l’impugnatura del fucile. E una mira invidiabile.

Spostò sotto il vano vuoto della finestra un materasso squarciato. Dalle ferite della tela, polvere e tanfo di muffa e orina. Vi si appoggiò per affacciarsi sul giorno della livida linea che lo separava dal nemico. Quel che restava dell’edificio era separato dalla zona nord della città da un lungo stradone. Dal settimo piano poteva dominarne un ampio tratto.
Avvertì un’ombra spostarsi fra un gruppo di case a destra. Puntò lo sguardo su due figure che si stavano staccando dal muro, prima incerte, poi con scatti nervosi. Afferrò il fucile, catturò nel mirino il profilo più alto, lo seguì per qualche decina di metri. Fin quando con un sibilo lo schiacciò sull’asfalto.

Postazione di tiro sul 'Viale dei cecchini' a Sarajevo.
Postazione di tiro sul ‘Viale dei cecchini’ a Sarajevo.

Si buttò sul pavimento e pensò che aveva finito la scorta dell’acqua. Sarebbe stata una lunga giornata. Una serie di colpi di mortaio crepitò a ovest della città. Pensò che non sarebbe passata molta gente quel giorno per strada, e chissà quando i suoi gli avrebbero portato dell’acqua. Afferrò allora il binocolo e con annoiata rassegnazione cominciò a scrutare quell’orizzonte obbligato.
Tetti lontani, tetti vicini, viali denudati, scheletri di casamenti, un minareto decapitato, spirali di fumo, mura offese, finestre rotte, cartoni alle finestre, il passaggio di un’ombra cupa su una nuvola, più avanti la sagoma sfregiata di un campanile, l’incrocio di due vie. Più in basso gambe mosse da una meccanica agitazione. Più vicino ancora, lo stretto passaggio fra due case. Ancora, una finestra riparata con un asse di legno. Un’ombra chiara… Aggiustò il fuoco, maledisse la poca luce.

Il profilo si sporse nel riquadro della finestra, uno sguardo preoccupato sulla strada. Il tempo di un respiro e di rubare il fuoco del volto. Diomio era proprio lei. Finalmente.
Erano quindici giorni che ne aveva persa ogni traccia. Aveva frugato fra strade, comignoli, dietro vetri di auto in fuga, fra il sangue di cadaveri, sulle schiene della gente in fila alle fontane. Aveva temuto di averla persa per sempre, come tutte le altre cose smarrite nella guerra. Ma quella mattina era tornata. Finalmente.

Avrebbe voluto sbracciarsi dal suo nascondiglio, chiamarla, gridarle il suo buongiorno insieme alla gioia di rivederla, tagliarsi la barba in fretta, scendere in strada e portarla a bere un caffè nel bar della prima piazza. Una gioia così grande che stava ignorando tutta una serie di dettagli: che di quella donna non conosceva neppure il nome, che quella donna non solo non si era accorta di lui ma che probabilmente mai avrebbe incrociato il suo sguardo, che fra loro due si allungava la linea del confine nemico e che probabilmente lei si sarebbe nascosta inorridita per sempre, se solo avesse avuto il sospetto di essere stata seguita, osservata, scrutata, desiderata, giorno dopo giorno, proprio da lui, Jovan. Maledetto cecchino.
Pronto ad amarla se solo avesse potuto raggiungerla. Pronto a ucciderla se solo avesse voluto.

Ma Jovan aveva già commesso il suo inconfessabile delitto: l’aveva risparmiata. E ne aveva fatta la sua donna, nell’attimo in cui l’aveva incontrata, attraverso i vetri opachi di quella finestra, a un tiro di schioppo dal suo rifugio. Ne aveva amato un gesto, il primo centrato nel fuoco del binocolo: le braccia sollevate dietro la nuca per annodare i capelli. Un gesto lento come una carezza, compiuto nello stesso momento in cui oltre il vetro una sirena lacerava l’aria, grida si trasformavano in gemiti, un bambino soffocava nel suo sangue, avanzi di terrore si inchiodavano sulle ultime insegne della strada e di nuovo lacrime e urla uguali a tante altre lacrime e a tante altre urla di una città che sapeva di dover morire.

Era stato portato via l’ultimo ferito, il sangue lasciato a rapprendersi fra gli interstizi del ciottolato, la strada ripiombata nell’attesa muta e lei, dietro il vetro, lentamente, si infilava una giacca. La sua figura aveva attraversato i vani di tre finestre e poi era scomparsa. Trenta secondi ed era comparsa in strada. Con gesto automatico Jovan aveva posato il binocolo, preso il fucile, e aveva continuato a seguirla con l’occhio del mirino. Movenze leggere e un pugno chiuso sulla borsa, capelli biondi legati in un nodo troppo stretto, fianchi morbidi appena coperti da un giubbotto di pelle di taglio decisamente maschile.

Le donne di Sarajevo durante l'assedio
Le donne di Sarajevo durante l’assedio

Quel giorno una punta di qualcosa che poteva assomigliare alla gelosia aveva attraversato il petto di Jovan, che aveva sollevato di un soffio la canna del fucile per puntare alla nuca. Nel momento in cui la ragazza si era voltata e aveva sorriso nella sua direzione. Una vampata di fuoco alla testa e da allora aveva puntato su di lei solo il fuoco del binocolo: ogni mattina, per sorvegliarne il risveglio, il lento passaggio attraverso il vano delle tre finestre in una casa che non riusciva a immaginare ma che avrebbe voluto moltiplicata dagli specchi, per seguirne il tragitto dal portone fino a vederla sparire al primo angolo, vederla ritornare nelle prime ore del pomeriggio, farle compagnia durante lo sfaccendare in quella che doveva essere una cucina, per un caffè che supponeva molto dolce, durante i lunghissimi pomeriggi in poltrona a sfogliare un libro, immaginava fosse sempre lo stesso, interrotti da un continuo alzarsi e avvicinarsi alla finestra, per brevi attimi spaventati a fissare la strada.

E ogni giorno Jovan avrebbe voluto fermarla nel vetro delle lenti come in un’istantanea, almeno il tempo per dirle: non ti preoccupare, ci sono qua io, resta pure più a lungo, niente male con la gonna che indossavi ieri, potresti qualche volta anche scioglierti i capelli, non ti fermare più così tanto tempo (almeno cinque minuti, ho contato, ieri) con quelle persone per strada, il ragazzo che ho visto con te non mi è piaciuto affatto, si è trattenuto almeno due minuti di troppo per vederti chiudere il portone di casa, è stato troppo semplice eliminarlo.
E chiederle magari il suo parere su questa guerra, se avesse avuto piacere di vederlo attraversare le linee per andare ad incontrarla, e ancora chiacchierare del più e del meno, prima che tornasse a nasconderla la notte senza luci.

E il buio era attesa della luce per poterla rivedere. Felice di riconoscerla ogni volta, anche se non ne conosceva neppure il nome. Felice di non conoscerne neppure il nome: non doveva temere di vederlo inghiottire in uno dei buchi neri della sua memoria esplosa.
E quella mattina, felice di averla ritrovata.
Jovan poggiò il fucile alle sue spalle, accostò all’angolo destro della finestra una cassa di legno, si sedette sistemandosi fra il muro e il materasso. Piazzò il binocolo ben fermo sul limite del davanzale, in attesa che lei comparisse ancora una volta dall’angolo e ancora una volta, quella mattina, si riservò l’assurdo lusso di sognare.

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