mercoledì 19 settembre 2018

Stati Uniti, Iran, Iraq e
«l’Asse del Minor Male»

Sul “Corriere della Sera” del 15 giugno Sergio Romano ha pubblicato un articolo che, almeno a mio avviso, è di grande interesse per tutti coloro che s’interessano alla politica estera USA. La competenza dello storico ed ex ambasciatore italiano a Mosca (ai tempi dell’URSS) è del resto ben nota. Raro trovare un suo intervento privo […]

Sul “Corriere della Sera” del 15 giugno Sergio Romano ha pubblicato un articolo che, almeno a mio avviso, è di grande interesse per tutti coloro che s’interessano alla politica estera USA. La competenza dello storico ed ex ambasciatore italiano a Mosca (ai tempi dell’URSS) è del resto ben nota. Raro trovare un suo intervento privo di note preziose anche se, ovviamente, può capitare talvolta di non essere d’accordo con le sue analisi.

Già il titolo del pezzo è emblematico: “Gli USA, l’Iran e il caos iracheno: così nasce l’asse del minor male”. Facile quindi capire lo spunto su cui Romano concentra la sua analisi. Gli americani, dopo aver demonizzato l’Iran, ora si accorgono che il Paese sciita può – con le dovute accortezze – diventare essenziale in un contesto geopolitico precipitato nel caos dopo l’avanzata qaedista nel nord dell’Irak e le stragi che ne sono seguite. Ovviamente ciò si deve anche alla maggiore flessibilità dell’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente, ma l’apertura USA, per quanto ancora tiepida, è un dato di fatto.

 

Cito anche la conclusione del pezzo, che mi sembra magistrale: “Questa nuova vicenda dovrebbe suggerire ai presidenti americani che il male e il bene, in politica, sono categorie elementari e rozze. Non sempre esiste un asse del male a cui si contrappone un asse del bene. Spesso esiste un ‘asse del minor male’ che presenta il vantaggio di essere meno dogmatico, più duttile e, in ultima analisi, più utile”.

Se si rammenta che la corrente filosofica autoctona degli Stati Uniti è il pragmatismo, rappresentato al meglio nel secolo scorso da John Dewey, è sorprendente notare quanto poco pragmatici gli americani si siano assai di frequente dimostrati in tema di politica estera. Nella loro terminologia espressioni come “impero del male” e “asse del male” si sprecano. L’uso che ne hanno fatto è costante, e ciò li ha spesso indotti a compiere interventi militari controproducenti per i loro stessi interessi strategici.

 

Credo che l’unico esempio di male davvero assoluto, almeno negli ultimi secoli, sia stato il nazismo. In quel caso non c’era spazio per alcuna mediazione e la guerra totale si rivelò la sola scelta possibile. Su tutto il resto si può invece discutere, e naturalmente le opinioni variano a seconda del punto di vista adottato. Ma è evidente che in aree come quella del Medio Oriente le categorie del bene e del male senza mezzi termini vanno evitate.

Gli occidentali ne sanno, in fondo, così poco. E pochi sono anche gli specialisti in grado di capire sul serio i motivi per cui sunniti e sciiti si scannano sin dalle origini dell’Islam. Dunque la politica – e non solo quella estera – non è mai una questione che riguarda i “buoni” che combattono i “cattivi”. Quella è roba da film western. Tra il bianco e il nero esiste un’infinita serie di sfumature, e in tema di politica il colore dominante è il grigio. Il che significa che occorre comunque addivenire a qualche forma di compromesso se si vuole che i contrasti sanguinosi a un certo punto si stemperino.

 

A Obama si possono rivolgere molte critiche, ma a me pare che negli ultimi tempi abbia capito alcune cose che parecchi suoi predecessori rifiutavano invece di comprendere. E’ inutile inviare altre truppe contro i miliziani dell’ISIL perché resterebbero impantanate. E sarà probabilmente necessaria una qualche forma di coordinamento con gli iraniani per contrastare i qaedisti.

La grande incognita, in questa come in altre occasioni, è costituita dall’atteggiamento che assumeranno Paesi che ufficialmente sono alleati di ferro degli USA, mentre in pratica aiutano in ogni modo il fondamentalismo. In primo luogo l’Arabia Saudita e poi il Qatar, un emirato piccolo ma sempre più influente. Si dovrà verificare, in altri termini, fino a che punto gli americani sono in grado di evitare i loro condizionamenti.

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