mercoledì 19 settembre 2018

Il nemico del mio nemico
è mio amico

Obama alla fine del suo mandato presidenziale inciampa sul Medio Oriente e nell’apparente caos che si sta determinando azzarda soluzioni sino a ieri inimmaginabili. Non più vincoli indissolubili con gli amici di sempre ma nuove convenienze da ricontrattare. Un esempio per capirci subito? Lo Stato di Israele e l’Arabia Saudita: amici stretti ma non sempre […]

Obama alla fine del suo mandato presidenziale inciampa sul Medio Oriente e nell’apparente caos che si sta determinando azzarda soluzioni sino a ieri inimmaginabili. Non più vincoli indissolubili con gli amici di sempre ma nuove convenienze da ricontrattare. Un esempio per capirci subito? Lo Stato di Israele e l’Arabia Saudita: amici stretti ma non sempre e non più su tutto. Si discute e spesso si litiga. Ora la Casa Bianca dichiara il sostegno al governo di Baghdad per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante ma non la sfiora neppure l’idea di riportare soldati americani in quei deserti. Qualcuno sostiene che per Obama la partita in Medio Oriente è persa. Forse, ma potrebbe anche trattarsi di una audace delega a risolvere certe rogne affidata ad altri. E non ai soliti amici. Ed ecco che dalla storia puoi scoprire che un tuo nemico storico divenuto nemico di un altro tuo nemico, per quel frangente diventa un alleato utile se non proprio un amico. «Amicus meus, inimicus inimici mei» scandivano cinicamente gli imperatori romani. Obama forse preferisce la Bibbia, Esodo: «..io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari».

 

I critici più attenti della presidenza Obama sostengono che ciò che sta accadendo in Iraq è una fuga scomposta nel solo interesse Usa abbandonando un Paese a se stesso. Certo che con con la presa di Mosul -la seconda città dell’Iraq con quasi tre milioni di abitanti- gli Stati Uniti si sono visti sfilare un altro pezzo di Medio Oriente dal terrorismo di matrice islamica. I qaedisti dell’ ISIS sono ormai padroni incontrastati dell’area nord-occidentale del Paese, dove avevano già in pugno gran parte della provincia di Anbar e le città di Ramadi e Falluja. E dopo Ninive, da cui stanno cercando di fuggire oltre di mezzo milione di persone e il cui controllo è fondamentale per le esportazioni petrolifere irachene. Una minaccia che ha costretto i vicini del Kurdistan iracheno a intervenire col loro esercito per riconquistare i pozzi petroliferi di Kirkuk. Questo apre il capitolo Nouri Al Maliki e il suo fantomatico esercito nazionale. Da Baghdad il premier, rieletto alla guida del Paese il 30 aprile, non riesce a formare un governo e dichiara lo stato d’emergenza senza però avere un esercito credibile. Ed ecco il dubbio: a nord intervengono i Peshmerga curdi. E nel sud sciita filo iraniano chi?

 

A voler insistere con la malizia viene da riflettere sia sul riavvicinamento Usa all’Iran sia sulla singolare condiscendenza americana nei confronti di Assad, visto ormai ufficialmente come il minor male possibile nel macello Siria. Assad amico dell’Iran e degli hezbollah ma nemico degli jihadisti dell’Isis che vogliono destabilizzare l’Iraq. Ecco il nemico del nemico più pericoloso del momento che serviva. Siria ed Iran non sono nel frattempo diventati certo amici ma neppure sono più tra i nemici acerrimi di Washington, quelli da battere a qualsiasi costo. Sarà forse un caso, ma dubitare è opportuno, che su certi fronti -vedi la Siria- la stessa Israele tende a preferire il vecchio nemico ben conosciuto rispetto ad un nemico imprevedibile e nuovo. Tornando all’Iraq, per mantenere al potere lo sciita al Maliki difficilmente basterà la politica e l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Se non arriveranno eserciti esterni -e non saranno mai truppe americane di terra- la partita si giocherà su ‘movimenti di popolo armati’ che, partendo dal nord curdo e dal sud sciita, prendano nel mezzo la componente integralista sunnita che a maggio ha già prodotto 800 morti sul campo.

 

Lo ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ -nome non scelto a caso- negli ultimi mesi ha aumentato il controllo di territorio tanto in Iraq quanto in Siria. Un nuovo ‘Califfato islamico’ tra una parte dei territori confinanti dei due Paesi. Radici lontane quelle dell’Isis. Risalgono al gruppo sunnita che si schierò contro il governo provvisorio iracheno e gli Stati Uniti dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Il leader attuale è Abu Bakr al-Baghdadi, fuggito di prigione. Nel 2012 al-Baghdadi ha diretto l’obiettivo di Isis sulla Siria creando una prima alleanza con il fronte qaedista di Al Nusra finita poi con la condanna ufficiale dell’Isis da parte del leader di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri. Nota mai rilevata adeguatamente, l’Isis in Siria ha combattuto più contro gli jihadisti Al Nusra che contro l’esercito di Assad. Da analizzare. Quest’anno nuovo svolta: l’azione militare torna sull’Iraq. Oggi Isis ha una forte presenza in tre province irachene al confine con la Siria, da dove controlla il passaggio di armi e il transito di combattenti jihadisti. Quali sono gli appoggi che Isis ha alle spalle? Organizzazione, soldi e armi che nessuna intelligence ha provato a svelarci.

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